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Newsletter: la verità sui tassi di apertura

(Questo articolo è del 2015, quando lavoravo per gli ecommerce.)

Peggiorare in ultima battuta una settimana di melma si può: fino alla mezzanotte di venerdì vale tutto e ci sono settimane in cui anche gli ultimi centesimi di secondo vengono utilizzati per mettere la proverbiale ciliegina sulla torta.

Tipo questa settimana.

Chiudo il computer alle 23 e 47 e sento che è ora di iniziarlo questo week end.

Cambio di inquadratura, interno giorno, è sabato mattina.

Mi aspetta la rassegna delle 45 miliardi di newsletter a cui sono iscritta. Quelle più furbe vengono inviati dai loro creatori proprio il sabato mattina per battere tutti sul tempo (tipo quella di Digital Update e C+B. Quella di Gianluca Diegoli, arriva venerdì con scritto Grazie a Dio è finita. Genio. Ndr: poi purtroppo Gianluca l’oggetto della sua newsletter poi l’ha cambiato.)

Il sabato me le scoppio tutte, perchè bisogna studiare .

Ma stamattina no.

Stamattina semplicemente non ne ho voglia.

Ho pensato poi, più tardi dopo il caffè, con ritrovata fiducia nell’umanità e passione per il mio lavoro, ai tassi di apertura su cui mi scervello. Ho pensato alle cose della vita e come queste influiscano sul conversion rate.

Lo scazzo per esempio. Quel tipo di scazzo inossidabile che ti coglie in certi giorni. Quello che non ti farebbe aprire nemmeno una mail della tua banca con oggetto “Accredito stipendio. Questo mese è milionario”.

Un altro sorso di caffè.

Va così, penso.

La prossima settimana potrei anche lasciarli in pace quelli della mia mailing list, potrei scrivere un volta in meno e farmene una ragione, accettando che in certi giorni non c’è leva di marketing che tenga e che se lo scontrino medio si abbassa è perchè, per fortuna, per le paturnie ancora non c’è il pixel di tracciamento.